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    July 03

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    Cliccami per il capitolo I

    Capitolo VI

    Il cielo era in fiamme. I fulmini lo squarciavano con crudeltà, segnando cicatrici bianche e azzurre. I tuoni scuotevano la terra. Le loro stesse anime tremavano di fronte a quei terribili atti.

    Per loro non c’era stata scelta, mai. Neanche per un attimo la situazione era stata in mano loro. La strada li aveva condotti senza errore. Gli incubi avevano gettato il panico nelle loro menti, avevano cancellato ogni forma di speranza. Quello era il luogo in cui l’uomo non poteva più essere artefice del proprio destino.

    Era strano, ai loro occhi spalancati su quel mondo di follia. Erano a terra schiacciati dal male e dalla sua iniquità, ma si mossero ugualmente. Si rialzarono, credettero, per sentirsi più sicuri… ma in realtà, si erano alzati per proseguire, per annullare la breve distanza che li separava dal cancello spalancato, dal centro dell’orrore, dalla fine imminente. Non volevano. Ma si mossero, quasi inconsapevolmente.

     

     

    In un attimo furono all’entrata. Ora vedevano, quegli edifici osceni, che stabilivano le loro tetre fondamenta in una terra non più libera; ora vedevano quelle forme da incubo, che dovevano contenere una malvagità al di là di ogni immaginazione; ora vedevano quelle antenne, quelle punte che si innalzavano per trafiggere le nuvole, quelle forme grottesche nell’aria tumultuosa.

    La loro volontà non contava. Avanzavano, senza volerlo, fin oltre il cancello. Avanzavano con le lacrime agli occhi, desiderosi solo di una fine rapida, senza sofferenza. Udirono, tra lo scoppio dei tuoni e il sibilo del vento, un suono lamentoso che pareva instillare nel cuore stesso un dolore senza nome. Voltarono lo sguardo verso la fonte di quel suono, ma non seppero mai se fu per loro scelta, o se fu la Base a volerlo: guardarono. La loro disperazione li inghiottì una seconda volta.

     

    In mezzo alle travi fredde di acciaio, tra le parabole che spuntavano dappertutto come funghi, a testimonianza dell’onniscienza della Base, spiccava una figura umana. Il suono proveniva da lui. Urlava, urlava tutto il suo dolore. Le braccia distese, le gambe unite, sembravano fissate in qualche macabra maniera allo scheletro alle sue spalle. Sangue colava copiosamente lungo quelle travi, le antenne stesse sembravano nutrirsi del suo abbandono e del suo calore.

    Lo riconobbero, Tatore il Cristo. Affisso a quella struttura, in una macabra parodia religiosa. La sua tortura pareva senza fine, e ai limiti dell’umano; quelle urla straziavano l’anima ancor più dei fulmini. Urlava contro il cielo, e guardava loro, chiedeva pietà, implorava la fine di quel supplizio. Ma loro furono costretti a continuare a guardare. Senza poter agire. Quelle urla, che riflettevano un dolore che non potrebbe neanche essere immaginato, erano tanto forti e disperate che sembravano lacerare l’anima stessa.

    Ma furono investiti da nuove urla, questa volta diverse, piene di rabbia, odio. Altrove, in mezzo a quella selva di ferro e acciaio contorti, un corpo giaceva sospeso nel vuoto. Dal suo ventre squarciato fuoriusciva la punta maligna di una trave, come un artiglio di una bestia che avesse trafitto quel corpo debole e insignificante. Impalato, Spuork li guardava e li indicava con mano tremante. La sua bocca vomitava oscenità, ingiurie cariche d’odio. Il suo corpo era scosso dai fremiti dell’agonia. Si dimenava, mentre cavi anneriti si attorcigliavano intorno alla sua figura, alle mani che si agitavano per allontanarli.

    -Lasciatemi stare!!!- urlava, tra le imprecazioni. Dopo averlo ripetuto per la terza volta, videro qualcosa cadere giù dalle antenne. La sua testa si era staccata, in quel dimenarsi. E precipitò, ancora bestemmiando, sulle rocce che stavano alla base della torre di antenne.

    -Dannazione alla Madonna, chi diamine ha messo qui queste pietre?!?- la testa rimbalzò orrendamente sul terreno accidentato, prendendo a rotolare incontrollata proprio fino a loro, fin dove essi si trovavano, schiacciati al terreno, dalle forze dirompenti. Cos’altro avrebbero visto? Cos’altro ancora poteva esserci di peggio, a parte vedere la morte riflessa negli occhi dei propri compagni?

     

    Erano dentro. Accompagnati dai tuoni, dalle urla angoscianti del loro amico, dal peso che opprimeva le loro menti, dalle offese senza fine, oltrepassarono il cancello come mossi da una volontà intangibile, ma presente. Si trovarono al cospetto di quella figura che avevano solo visto, qualche volta, comparire dalle nebbie e poi celarsi di nuovo dietro di esse. Quella figura che svettava sul monte, che seguiva i loro movimenti, che loro avevano per un attimo pensato di sfidare, addirittura.

    Quanta presunzione, quanta debolezza… uno ad uno caddero, in ginocchio, e poi con la faccia al suolo. Caddero, battuti, schiacciati da quel potere che non aveva ragione, ma solo odio in sé. Caddero, con gli occhi doloranti fissi su quella struttura. Le loro anime, lo sentivano, si trovavano su un baratro, un salto oltre il quale c’era la sofferenza dell’inferno, del Male eterno, nella sua forma più antica. Stavano per oltrepassare quel limite fatale.

     

     

    -La prossima volta dove ce ne andiamo, allora?

    Non più fiamme né lampi, non più il Male che mordeva il cuore, non più disperazione. In un attimo, era svanito tutto. Si trovavano a osservare una scena del tutto diversa, come se in un attimo fossero stati trasportati via. Sembrava che stessero fluttuando, nell’osservare quella nuova scena dall’alto. Era come un sogno. Sapevano di essere spettatori, e anche se non riuscivano a comprendere la ragione di ciò che vedevano, riconobbero il luogo e le persone che stavano osservando. Riconobbero l’evento: la pasquetta di tre anni prima. Il luogo era un bosco, in cui erano soliti recarsi qualche volta, e i ragazzi che vedevano erano i loro stessi amici. Aise riconobbe sé stesso più giovane di tre anni. Lux e Olio non videro i propri alter ego, poiché quel giorno non erano presenti. Ma non c’era dubbio che chi stavano guardando dall’alto in quel momento, erano i fieri membri della Tamarro Band.

    Titto aveva posto la domanda, a cui seguì un coro di risposte differenti. Stavano facendo ritorno a casa, e intanto pensavano a cosa organizzare di lì a un anno. Camminavano in mezzo a un bosco, alle loro spalle si vedevano montagne con le cime coperte da nuvole grigie. Che senso aveva tutto? Cosa stava accadendo, perché stavano guardando proprio quella scena?

    La discussione era ancora in atto, quando qualcosa sembrò attirare l’attenzione di Aise, di quell’Aise più giovane di tre anni, che allora non aveva altro pensiero al di fuori dei propri progetti in compagnia dei suoi amici. Si voltò, in direzione di quelle cime lontane. Sebbene le masse gassose delle nubi permanessero, una cima in particolare si era resa visibile, forse a causa di un vento improvviso. Un monte, non più alto né più impervio degli altri. Ma la sua sommità ospitava una figura grottesca. Informe, abbarbicata alla montagna, da cui si dipartivano strali aguzzi che sembravano ferire il cielo. Il giovane e sereno Aise indicò agli altri ciò che aveva visto, e disse:

    -Perché non lì, la prossima volta? Cosa c’è lassù?

    -Non lo so… mi sembra che dalle parti di Tramonti ci sia una specie di base militare, anche se non saprei dire a che serve. Perché non la raggiungiamo, l’anno prossimo?- Squall si era fermato a guardare nella direzione indicata. Alla sua proposta, ci fu un unanime consenso. Ora l’attenzione di tutti era puntata in quella precisa posizione. Poco dopo ripresero a camminare, tra chiacchiere e risate allegre.

    Veloce come era comparsa, la Base svanì nel manto di nubi.

    Lux e Olio furono scossi da un tremito. Avrebbero voluto distogliere lo sguardo, ma come in un sogno, ciò non era possibile. Aise, tuttavia, nel riconoscere sé stesso e nel ricordare i suoi stessi gesti, le sue stesse parole, desiderò di morire.

    Tutto cambiò. Nessuno seppe spiegarsi come, e quando avvenne. In quella realtà, se si poteva dire tale, il tempo e la logica non sembravano avere nessun valore.

    Tuttavia, ciò che videro fu chiaro per tutti. Una nuova scena, ben familiare. Ancora una volta Olio non era presente, ma non faticò a comprendere subito, tante erano le volte in cui aveva sentito parlare di quell’evento.

    Videro la Tamarro Band, al completo. Un evento più unico che raro. Stavano salendo lungo una strada asfaltata, che di lì a poco si sarebbe interrotta per lasciar spazio ai sentieri montani. Era la pasquetta del 2007. Un anno dopo la scena precedente. La Tamarro Band si mobilitava per raggiungere il suo obiettivo, e nulla l’avrebbe fermata o dissuasa. In quel gruppo eterogeneo ma compatto videro il concretizzarsi delle proposte che erano state fatte un anno prima. Li videro, numerosi e decisi, avanzare per raggiungere la Base.

    Tutti erano presenti. Solo Davide V non aveva risposto all'appello. Ma l’Aise di allora aveva sperimentato il Kumifono, che doveva servire a evocare la presenza del membro mancante ed evitare la sua assenza totale dallo schieramento. Quell’esperimento aprì le porte al progetto Tamarfono, a cui lo stesso Lux aderì più tardi con la costruzione del Filofono, un progetto brillante che avrebbe dovuto aiutare la Band a conquistare l’intero globo. Altri due non si vedevano nel gruppo, ma Lux, Aise e Olio non avevano dubbi che sarebbero arrivati, aggregandosi al gruppo in un secondo momento. Quello fu un evento speciale. La Tamarro Band possedeva allora un potere senza eguali, di cui ogni singolo membro, fittizio o reale, era completamente partecipe. Non sembravano esserci entità, allora, capaci di far fronte al potere della loro unità.

    La scena proseguì. Il loro passo si arrestò dinanzi a una transenna, la stessa che avevano superato loro tre da soli e che aveva segnato il loro ingresso nel caos, ma che allora sbarrò loro l’accesso. Conoscevano già il resto. Loro che imprecavano fortemente, la scelta quasi immediata di imboccare quel sentiero a sinistra che sembrava poter aggirare il problema, la ripresa del cammino. Ma in quel momento, al di fuori dal tutto, mentre osservavano quegli eventi noti, ebbero la sensazione che era appena accaduto qualcosa di profondamente sbagliato. La transenna era abbassata. Lo era anche per loro tre, quella stessa mattina. Ma in tre erano riusciti a oltrepassarla senza difficoltà. Come era possibile che la TB al completo non era riuscita a risolvere il problema, semplicemente scavalcandola? Perché avevano fallito, laddove in tre erano riusciti, e si erano arresi con così tanta facilità?

    Il mondo sembrò scorrere sotto di loro a una velocità vertiginosa. Non avrebbero mai voluto, ma era evidente che le loro volontà in quel momento contavano meno di niente. In un attimo, i loro occhi non riuscivano a vedere altro che quella Base, che dall’alto sovrastava tutti i presenti, ammantata da un’aura di malvagità tale che i loro occhi sembravano bruciare. Avrebbero voluto urlare per il dolore, per richiamare l’attenzione di loro stessi nel sogno e fermarli, per uscire da tutto e scappare via. Ma la loro volontà non contava più nulla.

    La Base imponeva la sua volontà, e solo quella contava. Ma in che senso questa si era mossa, allora? Voleva attirarli, palesandosi l’anno precedente e convincendoli a muoversi in massa, o tenerli lontani, impedendo loro l’attraversamento della transenna?

    La scena cambiò. Il loro sguardo si aprì su una radura, le asperità della montagna erano quasi inesistenti, tanto che diversi alberi erano cresciuti in quel luogo. Un luogo che la TB aveva eletto a tappa per la ristorazione e il riposo. Tra loro si vedevano anche Squall e Dado, giunti da poco attraverso vie traverse per ricongiungersi al grosso delle forze. Li videro, accamparsi in quella zona deserta, in cui spadroneggiavano in virtù del solo essere Tamarro Band.

    Per un attimo riuscirono a mettere da parte la loro disgraziata situazione, la loro condanna già stabilita. Videro loro stessi dare sfogo a tutta l’energia della Tamarro Band, a tutto il potere di cui erano capaci. Dominavano, e nessuno poteva contestare. Si udivano inni e richiami, lame sibilavano nell’aria, fendenti poderosi venivano assestati a cui nulla poteva resistere, e tale era la forza sprigionata che molti furono gli alberi che quel giorno caddero. Osservavano, dall’alto, e si sentirono orgogliosi.

     

     Ma sapevano che c’era qualcos’altro ad assistere. La sensazione di orgoglio svanì quasi subito dinanzi all’iniquità della Base, che pure quel giorno assistette alle loro prodezze. La TB era nel suo mondo, ma quel giorno non accadde nulla. Nessuno degli incubi orrendi di cui erano stati testimoni si presentò, quel giorno.

    Ancora, la scena sembrò variare. Aise riconobbe di nuovo sé stesso, accanto a Gamb e Titto, e tutti e tre sembravano rivolgersi agli altri. Ricordavano quel momento. Aise, Gamb e Titto tentarono di raggiungere ugualmente la Base, mentre gli altri optarono per rimanere ancora nella radura, senza accompagnarli. Videro quelle tre figure fittizie incamminarsi da soli, lasciandosi alle spalle il grosso del gruppo, ancora impegnato in eroiche gesta.

    Ben presto, si trovarono da soli. I tre osservatori inermi percepirono la presenza malefica della Base, che imponeva loro quel tormento continuo. Aise, Gamb e Titto si arrampicarono per diversi minuti, nel tentativo di raggiungere la meta iniziale. Aise e Gamb portavano attaccati alla cintura due oggetti a guisa di armi, rispettivamente una fionda e un martello. Ben ricordarono, tutti, quegli oggetti che portarono nel corso di quell’avventura, che contribuirono alla manifestazione sfrenata del loro potenziale. I tre avanzavano lungo la montagna, e più salivano, più la nebbia si faceva fitta intorno a loro. Li videro proseguire a lungo alla cieca, prima di desistere e volgere il passo per far ritorno al campo con gli altri. La nebbia sbarrava loro la visuale, ma pian piano si diradò, mentre scendevano fino alla radura. Sembrò essersi levata in concomitanza con quell’iniziativa individuale, levatasi per sbarrare la strada ad un ulteriore tentativo della TB di perseguire il proprio obiettivo.

    Li videro, raggiungere gli altri e confermare la propria disfatta. E li videro, ancora, mentre dichiaravano con stizza e rammarico, di aver perduto il martello e la fionda nella fallimentare impresa.

    Pian piano, le immagini iniziarono a sfumare. Le voci, i rumori, si fecero gradualmente più fiochi. Rimembravano il resto… il fatidico ma glorioso ritorno a casa, il senso di orgoglio per l’appartenenza a quel magnifico gruppo, la determinazione con cui decisero di raggiungere la Base in una seconda occasione, tutti insieme, senza lasciar spazio alcuno alla sconfitta. Ricordavano l’unità e la forza, mentre tutto divenne solo fumo e figure sbiadite, e il lustro della Tamarro Band svaniva inghiottito dai rigori del tempo.

    Sapevano come quei propositi erano cambiati. La ripresa dell’idea due anni più tardi, lo scarso entusiasmo, l’abbandono generale e l’idea folle di tentare l’impresa con meno di quarto della TB… quella mattina grigia… il superamento della transenna, del confine, impresa la cui gloria era stata sminuita dal generale assenteismo… i primi eventi inspiegabili… l’incubo…

    Il baratro infernale.

     

    Il ritorno alla “realtà” fu come venire trafitti in pieno petto, trapassati senza pietà, senza poter godere neanche del lusso di una morte rapida. Sembrava che le palpebre fossero state strappate via, poiché non potevano chiudere lo sguardo di fronte alla visione oscena della Base che li sovrastava. Un nuovo lampo squarciò il cielo. Sembrò che a essere squarciato fosse il loro corpo. Le urla disperate di Tatore e le bestemmie odiose di Spuork si univano ai rimbombi e alle esplosioni, all’ululare del vento impietoso, alla manifestazione materiale di quel Male che sembrava coinvolgere tutti i sensi. Sembrava loro che mai più avrebbero cessato di patire il dolore, che mai più il fragore dei lampi e i rombi sordi dei tuoni avrebbero li avrebbero abbandonati, che mai più l’odore della morte avrebbe cessato di tormentarli, che mai più si sarebbero liberati da quell’amarezza che incollava la lingua secca al palato, che mai più la visione terribile della rovina e del Male senza causa né logica avrebbe smesso di trafiggere i loro occhi.

    Dinanzi a loro, l’edificio principale del complesso. Una porta si spalancò con gran rumore. Apriva l’ingresso sul buio totale, un nulla senza fine. Le ultime cose che riuscirono a udire, tra il vento, i lampi, le urla strazianti e le imprecazioni pregne di malevolenza, furono le loro stesse voci. Supplicavano, imploravano pietà, invocavano una fine veloce e senza ulteriori tormenti, poiché nessuna fibra del loro corpo, nessun remoto anfratto della loro mente, nulla più di loro era in grado di sopportare quelle ingiurie eterne.

    Ma sapevano, non sarebbero stati così fortunati. La condanna, irrevocabile e senza fine, li attendeva al di là di quel varco. Furono sospinti con violenza verso quel limite, mentre il buio si faceva sempre più grande e s preparava a inghiottirli per sempre.

    Furono dentro, e la porta si chiuse con uno stridio acuto e un rimbombo che fece tremare i loro cuori. Erano dentro. Era la fine.
     

    Comments (1)

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    I .wrote:
    Nemmeno io sarei capace di descrivere così il dolore e la disperazione umana, comlpimenti ciccò^^
    Fantastiche anche le immagini e i fotomontaggi xD
    La storia si fa interessante, delle risposte sembrano cominciare a prendere forma... o forse no? o.O
    Vabeh, cmq ottimo lavoro!

    Ps: poevate far dire a Tatore fra le urla di dolore qualche stronzata tipo "Ma v rennit cunt o' v cuntat e' rient?" o "Cumm o' vulit, sfus o' nd'e' pacc?"
    July 5

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